U.S. ATLETICO PONTESTURA
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UN PO' DI STORIA...
Inserito il 30 marzo 2008 alle 10:26:22 da GIANNI TURINO.

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UN PO' DI STORIA !!! LIEDHOLM, IL BARONE... La morte di Liedholm ha avuto, come si dice ora, un forte impatto mediatico; tanto parlare e tanto scrivere ma nella sostanza sia Tivù che giornali sono rimasti alla superficie senza mettere in risalto, probabilmente per insufficiente conoscenza, l’essenziale del personaggio. Succede spesso, e non solo nello sport; dilaga la superficialità; ci si attiene più che altro alle impressioni epidermiche, senza scavare e senza approfondire. Anche trasmissioni e servizi che hanno la patina dell’impegnato presentano avvenimenti e personaggi con riferimenti sbagliati ed impropri. E successo anche per Liedholm. Il quale è stato grande calciatore; uno dei più grandi di tutti i tempi. Non lo affermo ora, sull’onda emotiva classica allo spirito della “quercia caduta”, ma è un concetto che ho sempre affermato. Ultimamente in un convegno per le scuole medie di Casale nel quale ero relatore; Liedholm era presente con un messaggio che un suo nipote mi ha consegnato ed io ho letto; ricordando appunto il grandissimo calciatore che ho definito, e ribadisco, uno dei più grandi di tutti i tempi; con: Schiaffino, Meazza, Sindelar, Mazzola (Valentino), Andrade, Di Stefano, Zamora, Bozsik, Pelè, Maradona. Certo, queste sono classifiche opinabili; è impossibile avere la sensazione della grandezza di un atleta fuori dal contesto del tuo tempo; lo sport è effimero, nel senso che si consuma nell’attimo in cui vive. Né si può ricorrere alle singole performance: il 10” 2 di Owens non è un parametro per stabilirne la grandezza ; se ci si attenesse a questo uno dei più grandi atleti di tutti i tempi non sarebbe nemmeno in classifica per un campionato regionale… Manca, e non solo nello sport, il culto della memoria; senza memoria, senza la consapevolezza delle proprie origini, la società diventa senza futuro; se non si sa da dove si proviene, non si sa nemmeno dove si vuole andare; più che altro si brancola anche se sembra, tutto quel muoversi a vuoto, attivismo. Liedholm balza alla ribalta internazionale alle Olimpiadi della rinascita: quelle di Londra del 1948 (dove l’Italia torna a farsi ammirare con il discobolo Adolfo Consolini, medaglia d’oro; ed il corazziere Tosi, d’argento). La Svezia vince la finalissima (dopo aver affibbiato nei “quarti” 12 gol a zero alla Corea del sud: è il risultato più “ariondo” della storia del calcio per quanto riguarda Olimpiadi e campionati del mondo), battendo al Jugoslavia per 3-1; a dar spettacolo è il trio centrale d’attacco, che da allora prenderà le iniziali dei tre atleti: Grenoli: Green, Nordhal, Liedholm. Il trio svedese viene subito accalappiato da Umberto Trapattoni, un imprenditore lombardo che è presidente del Milan dal 1940. Carlin, il grande direttore di Tuttosport e già creatore dei simboli di tante squadre calcistiche (la zebra, il ciuco, il diavolo, il cinghiale, ecc.) subito li ribattezza: Green è il professore, per via della sua “pelata” e del gioco ragionato; Nordhal, il pompiere(era il suo mestiere in Svezia) , ma soprattutto, il bisonte per via del suo scatto e del suo impeto che lo porta a scatenarsi verso l’area di rigore a testa bassa trascinandosi i difensori che invano cercano di abbatterlo o trattenerlo per la manica; Liedholm, con la sua flemma, con il suo stile di gioco, con la sua maniera di correre senza mai disarticolarsi e scomporsi, è il barone. Il Milan del trio svedese incontra al comunale di Torino nel febbraio del 1950 la Juventus del trio danese (Karl Hansen, Jon Hansen, Preast) e la travolge per 7-1; io , gagno, era presente –granata in lutto- con mio padre e mio zio, entrambi Juventini che al termine dell’incontro sembravano cani bastonati e non mi offrirono più , visto che sprizzavo gioia da tutti i pori, la promessa “cioccolata calda”. Lo scudetto, il primo post Grande –Torino lo vinse comunque la Juventus. Liedholm si impone come mezz’ala arretrata, che però non disdegna le puntate offensive; oltre che una grande visione e precisione di gioco è dotato di un tiro micidiale dalla lunga distanza e spesso scuote le reti. Nell’autunno del 1954 Andrea Rizzoli assume la presidenza del Milan e porta in rossonero, Jaun Alberto Schiaffino, il più grande “genio” calcistico di tutti i tempi, detto, per via del suo caratterino “Pepe”; Schiaffino aveva gettato nel lutto l’intiero Brasile, quando nel 1950 aveva condotto l’Uruguay a vincere il suo secondo “mondiale” proprio al “Maracanà” stracolmo di duecento mila spettatori (alcuni dei quali si suicideranno per la sconfitta del Brasile; al quale sarebbe bastato, per aggiudicarsi il titolo, pareggiare; quel Brasile –Uruguay non era una vera e propria “finalissima”, ma l’ultima partita di un girone a quattro che vedeva in testa il Brasile con 4 punti seguito dall’Uruguay con tre). Liedholm nel ‘54 ha già trentadue anni e viene giudicato dai più, finito. Non da Bela Gutman, il trainer del Milan, che lo schiera mediano destro in diagonale con la mezz’ala sinistra Schiaffino; non si è mai più visto, al mondo, un gioco ragionato e nello stesso tempo fantasioso ed imprevedibile, come quello che scaturì dalla diagonale:::Vinsero un paio di scudetti ed approdarono alla finalissima della Coppa dei campioni che si disputò nel 1958 a Bruxelles: Vinse il Real Madrid ai supplementari per 3-2; e fu forse la più bella finalissima della Coppa dei campioni mai disputata. Il Milan, due volte in vantaggio, la perse sopratutto per l’impuntatura del tecnico Gipo Viani che aveva preferito schierare in porta la riserva Soldan anziché il titolare Buffon, reo –per Viani- di avere sposato la valletta di Mike Bongiorno, Edy Campagnoli. Due mesi dopo, disputò i mondiali svedesi e condusse la sua squadra al secondo posto battuta solo dal grandissimo Brasile dei Santos, Didì, Vavà, Gharrincha e dell’esordiente Pelè… Liedholm aveva ormai trentasei anni e quello fu il suo canto del cigno… …come calciatore; poi venne il Liedholm allenatore; ma la grandezza-cosmica-, il barone, la manifestò sul campo…). GIANNI TURINO IL MISTER TORNARE ALLA FORMAZIONE TIPO E’ NECESSARIO, PER SALVARE IL FULBAL, CHE ALLENATORI E GIOCATORI RISCOPRINO I RELATIVI COMPITI CON LA RIASSUNZIONE DELLA PROPRIE RESPONSABILITA’ **** L’anomalia più evidente, in chi ha la cultura del fulbal, è la sovradimensione del “mister”. Questo è inteso, e si autointende come un demiurgo da cui tutto discende e dipende; pressoché un padreterno Le cause di questa cultura hanno come punto d’origine il cambio del regolamento che, da dopo i mondiali del 1966 giocati in Inghilterra ( come i padroni di casa se lo sono aggiudicati, è una delle più grandi truffe della storia), consente la sostituzione di giocatori nel corso della partita. Prima, gli undici che cominciavano, erano quelli che finivano; se il portiere si infortunava (sul serio, non alla Dida) era sostituito da un altro giocatore di quelli in campo ed il numero uno veniva schiaffato –se si reggeva- all’ala sinistra (da dove non di rado segnava il gol decisivo: il gol dello zoppo). L’ultima partita di rilievo disputata per metà con un portiere di fortuna, è stata Inter –Benefica; si giocava- a fine maggio del 1965- a San Siro la finalissima della coppa dei campioni Quella sera a San Siro c’ero anch’io; si era stipati come acciughe (ottantacinquemila spettatori); pioveva che diolamandava; faceva anche freddo come non di rado capita a maggio e si dice sempre che una volta non succedeva. Sul finire del primo tempo, l’ala destra nerazzurra, Jair, dal vertice destro dell’area di rigore , fece partire un rasoterra debole indirizzato alla sinistra del portiere portoghese Costa Pereira; più che un tiro era una telefonata con preannuncio del centralino ma Costa Pereira , anziché afferrare con le mani il facile rasoterra, preferì esibirsi in un tuffo ; complice il terreno viscido, gli riusci male , il pallone sgusciò e guizzò sul fango e gli passò lemme lemme sotto la pancia finendo, incredulo, in rete; (a Casale- ancora a quei tempi- se qualcuno avesse segnato ai nerostellati un gol simile, i tifosi avrebbero buttato il portiere nel canale). Costa Pereira, si alzò, vide il pallone al di làdella linea bianca della porta –ma soprattutto vide gli occhi dei compagni- e si riafflosciò a terra; aveva chiaramente il morale sotto i tacchetti. Non rientrò(simulò una distorsione; e i compagni finsero di credergli) ; in porta giocò il centromediano Germano- uno dei migliori stopper del mondo- che compì anche alcune parte di rilievo. Il Benefica , in dieci, disputò il secondo tempo con grande determinazione ma il risultato comunque non mutò e l’ Inter si laureò, per la seconda volta, campione d’Europa (Altri cambi del portiere- per stare a squadre e giocatori di rilievo- che io ricordo): il terzino Corradi, nella Juventus e nella nazionale; Angelillo, nell’Inter; Pelè nel Santos ed anche una volta nel Brasile). La possibilità di sostituire i giocatori nel corso della partita, ebbe un avvio cauto; si cominciò con il consentire il cambio del portiere (teoricamente, solo se si infortunava, ma ,nella sostanza, sempre perché era impossibile valutare la consistenza, o la simulazione, di un infortunio). Con i mondiali messicani del 1970, fu possibile il” cambio” di due calciatori (fra i due si conteggiava anche il portiere). E qui cominciano a scaturire i risi e fagioli. Quelli messicani furono i “mondiali” dell’epico 4-3 alla Germania dopo i supplementari; della finalissima con il Brasile persa dagli azzurri per 4-1 ; era in ballo, con quella finale, l’assegnazione definitiva della Coppa Rimet che competeva alla nazionale che avesse vinto tre edizioni, anche non consecutive; gli italiani si erano aggiudicati il titolo nel ’34 e nel ’38; i brasiliani nel ’58 e nel ’62; quando tornarono in Italia gli azzurri, vice campioni del mondo, furono presi a pomodorate. Fu soprattutto il mondiale della staffetta Rivera –Mazzola. A guida della nazionale era teoricamente Valcareggi, ma nella sostanza l’autentico Richelliù che dirigeva baracca e burattini, era il vice presidente federale Mandelli. Il quale aveva stabilito che Rivera e Mazzola assieme erano incompatibili; era un’emerita stupidaggine ma, come tutte le stupidaggini, generò molti proseliti ed una marea di dibattiti dei cosiddetti esperti( con conseguenti polemiche a non finire). Era una stupidaggine perché due giocatori di classe convivono sempre ed è sul campo che trovano l’intesa ed integrano, amalgamandole, le rispettive attitudini. Basti ricordare, per stare su per giù a quell’epoca , le straordinarie convivenze di Puskas e Di Stefano (nel Real Madrid) e di Schiaffino e Liedholm (nel Milan). In realtà Mazzola e Rivera non avevano caratteristiche simili; scattante e fromboliere, Mazzola, uomo “pensante” e di raccordo, Rivera; le sue aperture, i suoi lanci, la sua visione di gioco -anziché comprimerle- avrebbero esaltato le possibilità di Mazzola che , con la sua presenza, avrebbe dato a Rivera il destro ed il punto di riferimento per esprimere al massimo la sua classe. Invece Mandelli e Valcareggi scelsero di non scegliere ed inventarono la “ staffetta”, cioè un po’ dentro uno e poi un po’ dentro l’altro; con il risultato di innervosirli e di avvilirli; chi entrava in campo per primo, cercava di strafare, sbagliando, per non farsi sostituire e chi subentrava cercava di dimostrare, finendo per sbagliare, che quello da scegliere era lui. L’Italia perse un mondiale che, con una “prima linea” formata da Domenghini, Mazzola , Boninsegna, Rivera, Riva, avrebbe anche potuto far suo (aggiudicandosi così definitivamente la Coppa Rimet, che andò invece al Brasile). I tifosi lo compresero e questo spiega il lancio dei pomodori all’arrivo in Italia. E’ quello il momento d’avvio , che nella vita è spesso invisibile, in cui gli allenatori presero a trasformarsi da “trainer”, cioè preparatori atletici e conduttori di uomini, in strateghi; e cominciarono ritenersi - e ad essere ritenuti (e questo è il vero problema)- dei Von Clausewitz. La panchina lunga poco per poco generò un altro fenomeno. Favorì in maniera sempre più evidente le società con il portafogli a bocca di coccodrillo consentendo loro una “rosa” titolare con moltissimi petali: I Von Clausewitz ed i moltissimi petali fecero sparire quella che era la più bella caratteristica del fulbal: la formazione tipo. Non esiste più la formazione tipo: Bacicalupo, Ballarin , Maroso, ecc:; Combi, Rosetta, Caligaris…; Sarti, Magnini, Cervato…; Gilmar, Dialma Santos, Niton Santos eccetera (e potremmo snocciolarsi tutti ed undici). Un tempo la formazione “tipo” caratterizzava la squadra e le “riserve” erano pronte ad integrare di volta in volta le assenze; ma erano consapevoli di essere “riserve”. Ora la formazione è fluttuante e lo stratega della panchina adatta i cambi in funzione di quelli dell’avversario; l’avversario fa entrare un attaccante, e lui ne fa uscire uno schiaffando dentro un difensore (e così manifesta un complesso di inferiorità perché è come se sottoscrivesse che la sua squadra non è in grado di imporre il gioco agli avversari). Le grandi squadre hanno sempre imposto il loro gioco e spesso teorici difensori non marcavano nessuno perché era preoccupazione degli avversari marcare loro. Nella grande Ungheria di Puskas ( Grosics; Buzanski Lantos; Bozsik Lorant Zakarias; Budai Kocsis Hidegkuti Puskas Czibor) il faro del centro campo arretrato era il mediano Bozsik che non ha mai marcato nessuno; così Liedholm nel Milan di Viani, Falcao nella Roma dello scudetto, e così via. Finisce che grandi personalità (Baggio, Recoba,eccetera) vengono compresse, in questo gioco di strategia, ed il loro talento finisce per avvilirsi. Chi scende in campo deve avere il più possibile la tranquillità psicologica di non essere sottoposto ad esami e di poter giocare senza patemi d’animo la sua partita senza cercare l’exploit per manifestare il suo buon diritto di rimanere in campo; pensiamo al portiere : se gli mancasse questa serenità e si sentisse sub judice , finirebbe per diventare un colabrodo. I grandi calciatori, per rendere ed esprimersi al massimo, devono avere tranquillità psicologica; spesso non brillano per continuità ed hanno lunghi momenti in cui paiono assenti dalla partita; ma all’improvviso, una loro apertura, un loro guizzo, una loro invenzione risolve l’incontro. Ai Mondiali disputati negli Stati Uniti, senza le invenzioni di Baggio in zona Cesarini , l’Italia non avrebbe superato il girone eliminatorio. Ma capita che i Von Clausewitz, per voler apparire loro i deus ex machina della squadra, comprimino e soffochino i giocatori di classe… Qualcuno sostiene che la formazione tipo non è più possibile per via dei molti impegni; a parte il fatto che anche tre partite alla settimana non dovrebbero ammazzare nessuno, ma questi impegni sono riservati a pochissime squadre (mentre la formazione tipo non esiste più nemmeno laddove non ci sono impegni multipli e ci si limita alla partita domenicale). Non esistono più addirittura nel calcio minore. Questo significa cambio di cultura (e cambiare non è automaticamente sinonimo di migliorare; anzi, in questo caso, è decisamente l’opposto). Ci vorrebbe un salto di qualità, uno scatto di fantasia, una generale (presidenti, mister, ecc) bagno di umiltà, per ricominciare a comprendere che i protagonisti sono i giocatori e non le panchine, per miliardarie che siano. Rivalutare questo ovvio assioma: che, nello sport –come nella vita- è chi pedala a determinare successi e sconfitte; al Maestro il compito, importantissimo e non semplice, prima di formarlo e poi di guidarlo, temperandone gli entusiasmi del trionfo e caricandolo psicologicamente nel momento della sconfitta. Riscoprire questa ovvietà comporta , da una parte un grande bagno di modestia (che è sempre segno di intelligenza) e dall’altra, i calciatori, la riassunzione delle loro responsabilità e quindi la consapevolezza che a vincere ed a perdere sono loro e non possono scaricare responsabilità su nessun altro). Se non si riscopre questa ovvietà – dalla nazionale alla lega giovanile, dalle grandi società alle ultime divisioni- per il calcio, per il nostro fulbal, è la fine. GIANNI TURINO IL MISTER Una delle caratteristiche del calcio moderno è l’enfasi con cui vengono trattati i “mister”. Intanto perché mister e non allenatore ? Qui bisogna fare un passo indietro, un salto alle origini. Il gioco del calcio moderno nasce sulla fine del secolo diciannovesimo (milleottocento) in Inghilterra. Gli inglesi (l’Inghilterra è la prima nazione al mondo a vivere la rivoluzione industriale) sono presenti ovunque con le loro attività; gestiscono le aziende esportando, oltre i capitali e le idee ed macchinari, anche la classe dirigente. La quale si porta con sé la sua straordinaria cultura, cioè modo di vivere, sportiva; in primis, il calcio (foot - piede- ball - palla, ) ed il cricket. Fondano in Italia le prime società calcistiche come Genoa e Milan che hanno sempre conservato lodevolmente (difendere le tradizioni, anche sul piano formale, è una virtù ), la denominazione inglese. Le prime “ragioni sociali “ sono tipiche britanniche: ad esempio, Genoa foot- ball club and cricket. Il nuovo sport ha subito un grande successo che coinvolge praticanti e tifosi ; resiste a lungo, nonostante la battaglia autartica anche sul piano linguistico condotta dal fascismo, il dire britannico: Half – halfback- , è il mediano (per intenderci il 4 ed il 6) centre- half ( vulgo:centr-alf), il numero 5; corner, il calcio d’angolo; Offside (il Pierino Dusio gridava all’arbitro, quando gli avversari stavano per segnare : obsen, arbitro: obsen!!! ), il fuori gioco; supporter , il tifoso; fino all’universale ed inscalfibile “GOL!” ( Goal, meta), che nessuna circolare del ministro Gentile e sforzo cronistico- divulgativo di Nicolò Carosio è riuscito a trasformare in “rete”. Anche in questo contesto”albionico” l’allenatore è sempre stato il “trainer”. E allora perché mister? Rispetto alle origini si deve fare un salto in avanti di oltre mezzo secolo. Finita la seconda guerra mondiale e caduto con il GRANDE TORINO il sogno della squadra italica invincibile , le società che vanno per la maggiore, a portafoglio, cercano all’estero quello che il mercato indigeno pare in grado di non soddisfare. Arrivano i calciatori: Jon e Karl Hansen, Preast (Juventus, trio danese) ; Nordhal, Liedholm, Green (Milan, trio svedese , trionfatore delle olimpiadi di Londra), e poi via via un esercito di altri (non si giunge per altro alla situazione odierna tipo Inter dove di italiano pare non abbia più nemmeno i raccattapalle). La Juventus, presidente il rampollo Gianni Agnelli (resterà per decenni l’avvocato per antonomasia senza mai averne esercitata la professione), importa anche l’allenatore : Jesse Carver, inglese ( per altro, il calcio italiano era sempre stato ricco di allenatori stranieri, soprattutto danubiani). I cronisti italiani, avidi per tradizione atavica leccobardaria di affibbiare titoli ( eccellenza, commendatore, conte fino all’immarcescibile “dottore” ) non sanno a che santo votarsi per dare lustro al nuovo trainer e cominciano, nell’impossibilità di usare “dottore” ( “Non sono medico” spiega, ineffabile e serafico , Carver) prendono a chiamarlo mister; mister Carver. ( da notare: mai mister stop e basta, ma sempre mister Carver, come dire signor Carver ). L’esperienza bianconera di Carver fu breve (un paio di campionati dal ’49 al ’51, poi passerà al Torino, alla Roma , alla Lazio, all’ Inter) ma poco per poco il mister , molto più attraente per un popolo da secoli prono all’adulazione dei potenti, che l’analogo- ed etimologicamente molto più nobile- Signor) divenne antonomasia per indicare chi esercita quella professione. (Quando venne in Italia Mc Namara, allora presidente della Ford -e futuro ministro della difesa del il presidente Jonsonn-, fu presentato, in un teatro di Torino, come ‘mister Mac Namara’. Fra il pubblico, c’ero anch’io con un amico ; il quale mi bisbigliò in un orecchio “ Che….la Juventus ha assunto un mister americano?....). +++ Il chiarimento filologico , mi ha preso la mano e coperto lo spazio disponibile. Rimando al prossimo numero le riflessioni sull’ l’influenza-che ritengo eccessiva ed impropria- dei mister nella gestione della squadra. GIANNI TURINO E’ TORNATA L’ORA DEL “FULBAL” L’ATLETICO PONTESTURA PRONTO AL VIA Si giocava dappertutto. Bastava una palla, non sempre gonfia ed a volte non sempre palla, uno spazio libero una strada , una piazzetta, un cortile, un campo appena falciato… Quattro mattoni, o un berretto ed un grembiule per le porte ( non di rado, se si era solo in tre ad una porta sola o- se solo in due- a una porta sola senza portiere)… Quando si era soli e si aveva la fortuna di avere una palla gonfia, la si faceva rimbalzare per ore ed ore contro un muro; avversario era la fantasia. Il fulbal, il pallone di cuoio, quando c’era ,andava convenientemente gonfiato; da una fenditura del cuoio si estraeva il tubetto della camera d’aria, e si soffiava a bocca, le gote si allargavano ad otre come le cornamuse nelle cantilene di natale e prima che scoppiassero i polmoni interveniva un’altra bocca; si piegava quindi il tubetto in maniera che non fuoriuscisse aria, lo si legava e si infilava la camera d’aria gonfiata nell’involucro di cuoio; che poi si “scursinava” cioè lo si legava come si fa con le stringhe per le scarpe; il legante era un nastro di cuoio: restava sempre un bitorzolo e la “scursinatura” era un’arma micidiale per i colpi di testa; a qualcuno è rimasto lo sfregio permanente… C’era sempre, dietro al pallone, un mare di ragazzi e non solo; il numero era aperto e quando arrivava qualcuno, si formava una coppia che veniva giocata a bim-bum-bam e li tre: uno da una parte, uno dall’altra. Tempo di gioco: illimitato; la partita si spegneva non ai tre trilli dell’arbitro ma con i calci nel sedere del papà che ti spediva a casa per la cena. Era la grande scuola- asilo, elementare, università- del calcio. I talenti si abbozzavano, sbocciavano e poi andavano a maturare nelle squadre importanti. I campioni, anche i più grandi, sono cresciuti tutti così; le società “che disputavano i campionati”, non avevano bisogno di scuole particolari per formare le giovanili dalle quali avrebbero attinto poi la prima squadra. E c’era il filtro delle squadre rionali, formate all’ombra del campanile… I costi si limitavano a qualche muta di maglia; le trasferte si effettuavano , per i giovanissimi, in bicicletta e quando si parlava di “tuta” si intendeva solo la tuta da lavoro, quella che serviva ai “grandi “ per rovinare il vestito della festa. Era, il calcio –il fulbal-, lo sport di tutti; costava nulla…Le società minori, quelle che disputavano i campionati locali di prima seconda , terza divisione o le giovanili, si reggevano sul volontariato e sugli aiuti modesti ma pur sempre aiuti della Federazione che non chiedeva oboli per il tesseramento (anzi, più c’erano tesserati più era consistente l’aiuto) e per l’iscrizione ai campionati; anche le cariche della Federazione erano pressoché gratuite. Poi i tempi sono cambiati, la Federazione spende un occhio della testa in stipendi, le spese si sono dilatate a dismisura e per le società minori, che si fondano sempre sul volontariato, sono aumentate in progressione geometrica le difficoltà. Oggi si paga anche l’aria, cattiva, che si respira; ed a chi gioca spesso non basta solo la “soddisfazione”; intanto è sparita l’università della strada, non ci sono più gli oratori ; le società sono costrette a richiedere un contributo a chi frequenta le loro scuole di calcio… E la Federazione aumenta le pretese; ben lungi dal dare aiuti chiede pesanti tasse di iscrizione; per una squadra come L’Atletico Pontestura sono oltre quattromila euro…e poi ci sono tutte le altre spese: trasferte, maglie, tute, borse, attrezzature, rimborsi spese. Come fanno a reggere le società come L’Atletico Pontestura?: reggono solo con la passione e con i gravosi sacrifici personali, di tempo di lavoro di quattrini, dei suoi dirigenti… Questa passione (e tutto il resto) merita attenzione e riconoscenza: sia da parte dei compaesani che dovrebbero gratificarla di una presenza domenicale consistente, sia da parte dell’Amministrazione comunale che dall’attività del club, ottiene indotti di grande valenza sociale e dai suoi successi, di importante considerazione e valorizzazione d’immagine. Auguriamo all’Atletico Pontestura un campionato che gratifichi l’impegno generoso e spassionato di chi l’ha creata e di chi la guida. GIANNI TURINO UN PICCOLO PENSIERO.... di Vittorio Turino, dirigente Atletico Pontestura Tanti personaggi sono passati sui campi di Pontestura, storie di vita e sport si intecciano continuamente nei racconti di chi ha vissuto negli anni la storia calcistica del paese dalla nascita dell'Us Pontestura, alle vittorie come alle sconfitte. Alla crezione di una nuova società nel 1999 chiamata Fc Atletico Pontestura con lo storico derby disputato di fronte a più di duecento spettatori. Poi due anni fà la tanto sperata fusione e la rinascita del settore giovanile. Un unica squadra in prima categoria con tutte le squadre iscritte ai campionati giovanili, grazie anche a Cerrina che ha avuto fiducia in noi aggregandosi alla nostra società. Con il tempo e con l'aiuto "storico" della famiglia Pugno, parte integrante fondamentale per la vita del calcio in paese , racconteremo in queste pagine la storia del Pontestura. Qui voglio dare però un mio personale , sicuramente limitato ricordo di un personaggio che ci ha lasciato da pochi giorni, Giuseppe Debernadi detto dagli amici Beppe. Personalmente lo avevo conosciuto nell'estate del 2001, quando mi recai a casa sua per "trattare" l'acquisto di suo figlio Gabriele, allora in forze all'Ozzano. Nel suo salotto, di fronte a lui e sorseggiando un ottimo limoncino fatto in casa( io ero però a stomaco vuoto!!!), feci bella impressione e Gabriele divenne un giocatore dell'Atletico. Già in quella occasione capi lo spessore morale di Beppe Debernardi, dell'educazione insegnata e pretesa dai figli, dai valori sportivi di lealtà e rispetto voluti da noi come società ma anche dai figli come giocatori. L'anno dopo lo stesso rito, io molto più tranquillo dell'anno prima e questa volta a stomaco pieno a casa Debernardi. Al Pontestura, prelevato dalla Moncalvese arrivò anche Alessio Debernardi. Assieme una promozione e due Comprensori. In questi cinque anni Beppe ci ha sempre seguito con passione, spesso anche in trasferta, presente alle cene della società senza mai, nemmeno una volta, nonostante la sua esperienza da dirigente nel mondo del calcio lo avrebbe consentito, intromettersi in questioni tecniche o societarie. L'ultima volta che l' ho visto è stato giovedi scorso, nel primo mattino a Castagnone dove lavoro. Ancora una volta l'amore per i figli prima di tutto, la preoccupazione di non vederli felici anche solo per motivi calcistici. Una questione di trasferimenti, piccole cose tra società, un ritardo nel trasferimento di Alessio a Frassineto da parte mia. Dopo cinque anni per noi come società, come persone soprattutto ci veniva difficile perdere due amici come Gabriele e Alessio per vederli giocare con un altra maglia. Non capivamo i motivi. Beppe mi disse : "Vittorio, lo so che con te posso andare sul sicuro, quando venni a casa mia cinque anni fà non sbagliai giudizio sulla tua persona e sulla società, Fai la cosa che ritieni più giusta.". "Stai tranquillo Beppe non ti deluderò, non ti deluderemo'", risposi io. E ho fatto la cosa che avrei fatto in ogni caso per il rispetto che ho sempre avuto della persona. In cuor mio, ora dopo giorni di magone ripensando a quell'ultimo momento ho una certezza : Beppe dal cielo la domenica seguirà sempre le imprese calcistiche di Alessio e Gabriele, ma ogni tanto una occhiata la butterà anche sul campo di Pontestura....e tutti noi dell'Atletico saremmo onorati e felici per questo.

Commenti
1 Commento - 5/5 - Voti : 1
Inserito il 08 settembre 2008 alle 12:31:17 da Anonimo.  5/5
 
Chi la scritta tutta questa roba

 

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